Incapacità a testimoniare: l’eccezione di nullità va ribadita in sede di precisazione delle conclusioni
Il tema dell'incapacità a testimoniare, regolato dall'articolo 246 del Codice di Procedura Civile, rappresenta da sempre un punto delicato nella gestione della prova orale. Una recente e significativa decisione delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione, la sentenza n. 9456 del 6 aprile 2023, intervenuta nell'interesse della legge ex articolo 363 c.p.c., ha offerto un'interpretazione chiarificatrice, delineando principi fondamentali che ogni avvocato deve conoscere e applicare con precisione.
La pronuncia affronta la questione della rilevabilità e della preclusione dell'eccezione di incapacità a testimoniare. Tradizionalmente, la norma stabilisce che non possono essere sentite come testimoni le persone aventi nella causa un interesse che potrebbe legittimare la loro partecipazione al giudizio. Tuttavia, la gestione processuale di questa preclusione ha generato dibattiti. Le Sezioni Unite hanno ora stabilito inequivocabilmente che la rilevazione di tale incapacità non rientra tra i poteri d'ufficio del giudice. Questo significa che l'iniziativa di sollevare l'eccezione spetta esclusivamente alla parte interessata.
Il primo principio enunciato dalla Suprema Corte è cristallino: se la parte non eccepisce l'incapacità del testimone prima che il mezzo di prova venga ammesso ed assunto, la possibilità di farlo è definitivamente persa. Non sarà poi possibile, una volta che la testimonianza sia stata raccolta, lamentarne la nullità. Questa statuizione sottolinea l'importanza di una vigilanza processuale costante e di una tempestività nell'azione difensiva. L'avvocato deve dunque essere proattivo e attento a sollevare l'eccezione nel momento opportuno, ovvero prima che il giudice decida sull'ammissione della prova.
Ma la pronuncia va oltre, affrontando una seconda fattispecie cruciale. Qualora l'eccezione di incapacità a testimoniare sia stata correttamente formulata prima dell'ammissione della prova, essa non si cristallizza automaticamente per tutto il corso del giudizio. Le Sezioni Unite hanno chiarito che, anche in presenza di una tempestiva eccezione, è indispensabile che questa venga ribadita in sede di precisazione delle conclusioni. La mancata reiterazione, infatti, comporta una preclusione definitiva, rendendo l'eccezione inefficace. Questo aspetto è di fondamentale importanza, poiché introduce un onere aggiuntivo per il difensore, richiedendo una conferma della volontà di far valere il vizio al termine dell'istruttoria.
Le implicazioni pratiche di questa sentenza sono notevoli. Per gli avvocati, la lezione è chiara: la gestione dell'incapacità a testimoniare richiede una strategia difensiva meticolosa e attenta ai tempi processuali. Non basta sollevare l'eccezione una tantum; è necessario seguirne l'iter fino alle conclusioni finali. La mancata osservanza di questi passaggi può vanificare anche l'eccezione più fondata, compromettendo l'esito della prova.
Perché interessa allo studio: Questa pronuncia delle Sezioni Unite impone un'attenta revisione delle prassi interne nella gestione della prova testimoniale. È essenziale formare i nostri professionisti a una scrupolosa osservanza dei termini e delle modalità di proposizione e, soprattutto, di reiterazione dell'eccezione di incapacità a testimoniare, garantendo così la massima tutela degli interessi dei nostri assistiti e la solidità della nostra strategia processuale.
