Privato cittadino per caso viene in possesso di dati personali: è reato diffonderli
Nel panorama giuridico attuale, la protezione dei dati personali rappresenta una frontiera in continua evoluzione, non più appannaggio esclusivo di aziende e professionisti del settore. Una recente pronuncia della Suprema Corte di Cassazione, la sentenza penale n. 13102 del 2023, ha gettato nuova luce su un aspetto spesso sottovalutato: la responsabilità del semplice cittadino che si trova, anche in modo fortuito, a gestire informazioni private altrui.Tradizionalmente, si tendeva a pensare che le complesse normative sul trattamento dei dati, come il GDPR e il Codice della Privacy, fossero dirette principalmente a soggetti che operano professionalmente con tali informazioni. Tuttavia, la Cassazione ha chiarito che il reato di illecito trattamento di dati, previsto dall'articolo 167 del D.Lgs. 196/2003 (il Codice in materia di protezione dei dati personali), può essere commesso anche da un individuo non professionalmente coinvolto, qualora decida di divulgare a terzi dati sensibili di cui sia venuto a conoscenza per mera casualità.Il fulcro della decisione risiede nell'interpretazione estensiva del concetto di "trattamento" e di "diffusione". Non è necessario che l'acquisizione dei dati avvenga con dolo o attraverso mezzi illeciti. È sufficiente che un soggetto, pur avendone avuto accesso in maniera del tutto occasionale – magari trovando un documento, ascoltando una conversazione privata o ricevendo per errore un'email – decida di condividere tali informazioni con altri senza il consenso della persona interessata. La Corte ha sottolineato come la condotta illecita si perfezioni nel momento in cui si decide di rendere accessibili a un numero indeterminato di persone dati che, per loro natura, dovrebbero rimanere riservati.Questa interpretazione ha un impatto significativo sulla percezione comune della privacy. Sottolinea che la responsabilità sulla protezione dei dati non si limita agli "addetti ai lavori" ma si estende a ogni individuo. Ogni cittadino è chiamato a un dovere di cautela e rispetto della riservatezza altrui, indipendentemente dalle modalità con cui è entrato in possesso delle informazioni. La sentenza evidenzia, pertanto, la necessità di una maggiore consapevolezza civica riguardo alla tutela della sfera privata e alle potenziali conseguenze legali derivanti da azioni apparentemente innocue, come la condivisione di una foto o un commento contenente dati altrui.Perché interessa allo studioQuesta pronuncia della Cassazione è di fondamentale importanza per gli avvocati, poiché amplia il perimetro delle casistiche in cui un cittadino può essere chiamato a rispondere penalmente per la diffusione di dati personali. Offre nuovi spunti per la consulenza preventiva ai clienti, non solo aziende ma anche privati, sulla gestione delle informazioni personali a cui possono accedere quotidianamente. Inoltre, apre la strada a nuove frontiere di contenzioso, sia in sede penale che civile, per la tutela dei diritti delle vittime di illecito trattamento da parte di soggetti non professionali, richiedendo una profonda conoscenza delle dinamiche di acquisizione e diffusione occasionale dei dati e delle relative implicazioni giuridiche.
